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agosto 2, 2011

“La creazione impaziente”. Pier Luigi Pizzi e il teatro di prosa nel libro di P. Giannangeli

PierLuigiPizzi_foto tabocchini

MACERATA – 2 Agosto Lo Sferisterio Opera festival rende omaggio al suo direttore artistico, il maestro Pier Luigi Pizzi. Ieri mattina, all’ interno della bella iniziativa “Aperitivi culturali”, la presentazione del libro “L’impazienza della creazione. Pier Luigi Pizzi e il teatro di prosa” (Titivillus, 2011), di Pierfrancesco Giannangeli, giornalista e docente di storia dell’arte all’ Accademia di Belle Arti di Macerata. Oltre all’autore, erano presenti il giornalista Rai Antonio Audino, autore della preazione, e lo stesso Pier Luigi Pizzi.

Il volume è una guida ragionata, “appassionata, ma curata con il metodo del rigore” la definisce l’autore, alla carriera di questo ottantunenne gioviale scenografo, costumista e infine regista, che esordì con la nota “Compagnia dei giovani”, sotto la regia di Giorgio De Lullo. Di quella ventennale esperienza, dal ’54  al ’74,  passarono alla storia, i “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello, messi in scena nel 1965 quando tutta l’attenzione della critica, e della ricerca teatrale, era concentrata verso il cosiddetto “teatro povero”. Sia Pier Luigi Pizzi che Luca Ronconi, che firmò la regia di un altro capolavoro andato in onda sulla Rai, “Orlando Furioso”, preferirono un’altra strada e continuarono a mantenere un livello alto nella ricerca e nell’allestimento dello spettacolo, “per continuare a dare al teatro la sua funzione comunicativa” insiste Audino.

In 192 pagine, delle quali 132 foto di scena in gran parte inedite e ripescate dallo stesso Pizzi nell’archivio della sua casa veneziana, Pierfrancesco Giannengeli racconta la carriera del maestro milanese, a partire da quella collaborazione (appena 17enne) con il grande Giorgio Strehler. L’ ultima regia di prosa che Pizzi ha diretto è stata “Una delle ultime sere di Carnovale” di Carlo Goldoni, andata in scena nel 2007.  La cronologia di allestimenti  lascia intimoriti per qualità e quantità, ai quali si sono aggiunte quattro rappresentazioni finora mai catalogate. Trovano il loro posto  nella storia del teatro la scenografia del “Gioco delle parti” di Pirandello, con la regia di Giorgio De Lullo, con il suo gioco di rimandi nell’ambientazione tra il quadro “Uova sul cassettone” di Casorati e il discorso pirandelliano del primo atto.  La stessa cosa si può dire del “doppio sipario” dell’ “Enrico IV”, e  (seppur nel filone operistico) della “Valchiria”, che aprì la stagione della Scala nel 1974. Di sicuro interesse per comprendere il personaggio di Pizzi, la traduzione dal francese (a cura di Matteo Polci) dell’intervista che il maestro rilasciò alla giornalista de “L’Express” Sophie Lannes.

Per venticinque anni, infatti, Pizzi ha vissuto in Francia, ricevendo la “Légion d’honneur” e il titolo di “Officier des arts e des lettres”. Pier Luigi Pizzi è anche “Grand’Ufficiale al Merito” della Repubblica. Come ha sintetizzato Pierfrancesco Giannangeli, “grazie a  lui (Pizzi) la scenografia è diventata un personaggio aggiunto” del teatro.

L’ultima parola, suo malgrado, è toccata al direttore del Festival, che ha cercato di nascondere la commozione per il bel ricordo dietro un paio di occhiali scuri. Il maestro ha ricordato la sua “impazienza”, fin da quel dì delle vacanze quando,  bambino in vacanza con i genitori a San Pellegrino Terme, andò incontro alle braccia del vescovo perché era curioso di vederlo: “Da allora, non mi sono più fermato, nemmeno adesso riesco a  smettere, penso a quanto ci sia ancora da fare nel mondo della creazione”. Un invito ai giovani a farsi avanti nel mondo teatrale, a “lanciarsi – metaforicamente – nel vuoto”. Infine, con la voce rotta dall’ emozione, il ricordo della morte di Giorgio de Lullo, il 10 luglio 1981: “Il tempo fa scendere una patina d’oblio sui ricordi – si è rammaricato Pizzi – Per fortuna, ci sono occasioni come questa per far rivivere la memoria”.

Antonio Ricucci

luglio 31, 2011

Macerata, “Rigoletto” allo Sferisterio

Un momento del duetto Gilda - duca di Mantova, Rigoletto - atto II

MACERATA – 30 luglio Ultima replica del “Rigoletto” del mese di luglio in calendario allo Sferisterio Opera Festival. Nel nuovo allestimento di quest’anno, la regia, le scene e i costumi sono di Massimo Gasparon; direttore d’orchestra è il giovanissimo (classe 1987) Andrea Battistoni. I cortigiani del duca di Mantova sono i coristi del Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, sotto la direzione del M° David Crescenzi.

Sferisterio gremito di pubblico in attento ascolto del capolavoro verdiano. Giovanni Meoni è Rigoletto, buffone alla corte del duca di Mantova (Ismael Jordi), scavezzacollo e donnaiolo. L’entrata in scena del gobbo protagonista della piéce fa sorgere qualche dubbio su quale opera si stia rappresentando: Rigoletto indossa un camicione bianco sopra l’abito e una maschera nera sul  volto, sembra… Pulcinella! Il suo costume stride con le ricche tuniche colorate dei cortigiani, che rimandano ai fasti della corte dei Gonzaga, e lo stesso si può dire dello smoking con cui è vestito il Duca durante la festa che apre l’opera. Il convivio è interrotto dal conte di Monterone (il basso Alberto Rota, interprete anche di Sparafucile) venuto a reclamare la figlia, amante del Duca. Ma Rigoletto lo schernisce, e il padre offeso nell’onore maledice il buffone.

Rigoletto torna a casa da sua figlia Gilda, che tiene segregata in casa; nonostante ciò la giovane ha conosciuto, mentre si recava in chiesa, Gualtiero Maldè, uno studente, che altri non è se non il Duca stesso. Incantevole il soprano Desirée Rancatore nell’aria “Caro nome”: la sua voce trasmette l’ingenuità di una ragazza innamorata per la prima volta, che desidera vivere quel sentimento in eterno. La giovane soprano palermitana si conferma una delle voci migliori nel repertorio lirico – leggero; per lei un’ovazione di pubblico.

Nel secondo atto, i cortigiani rapiscono Gilda che credono essere l’amante segreta di Rigoletto; il buffone viene bendato e suo malgrado aiuta i rapitori. Il vecchio padre se ne accorge, e il giorno dopo corre al Palazzo ducale per riavere sua figlia, inveendo contro i nobili, colpevoli di trattenere Gilda nell’ alcova del Duca, nella celeberrima aria “Cortigiani, vil razza dannata”:  manca però nell’interpretazione di Giovanni Meoni la carnalità e la violenza che s’addicono alla situazione del buffone gobbo.

Anche il tenore Ismael Jordi, pare molto apprezzato dalle signore per il suo charme, nella celeberrima “La donna è mobile” del terzo atto non convince appieno: qualche esitazione qua e là nel fraseggio, fino a quel finale strozzato, quasi “di testa.

L’atto finale dell’ opera, con il celebre quartetto tra Rigoletto e Gilda, da una parte, e Maddalena e Sparafucile dall’altra, suscita grandi applausi per i “cattivi” del dramma: l’ottimo basso Alfredo Rota, e il mezzosoprano Tiziana Carraro, che interpreta una Maddalena sensuale come poche, nei gesti e nella voce, con punte d’erotismo quando si concede al Duca per attirarlo nella trappola del fratello omicida.

Gilda e suo padre si sono appostati fuori dalla locanda dove Maddalena e il duca consumano la loro passione, ma la giovane perdona all’amato anche questo tradimento. Rigoletto, invece, incarica Sparafucile di vendicarlo ammazzando il suo signore; a mezzanotte, sarà proprio il buffone gobbo a passare a prendere il cadavere per gettarlo nel fiume. In cambio, Rigoletto paga a Sparafucile dieci scudi d’oro, e altri dieci ne darà quando avrà ripreso il cadavere.

Maddalena, anch’essa preda della seduzione del Duca, convince suo fratello a non uccidere la vittima designata, ma la prima persona che bussi alla porta del rifugio nella notte di tempesta. Gilda, che non è partita per Verona come aveva pianificato suo padre, ha ascoltato tutto e decide di sacrificare la sua vita per l’amato: è lei a bussare al portone di Sparafucile e Maddalena.

Infine, Rigoletto torna all’osteria per riprendere il corpo della vittima, e con orrore scopre il corpo di sua figlia, ancora viva ma ormai condannata. E’ in questo momento che si compie la terribile maledizione del conte di Monterone.

Antonio Ricucci

luglio 30, 2011

Sferisterio, recensione “Un ballo in maschera”

Un momento del "Ballo in maschera" di G. Verdi in scena allo Sferisterio di Macerata, 29 Luglio 2011

MACERATA – 29 Luglio E’ mezzanotte in punto quando cala il sipario sul “Ballo in maschera” di  Verdi, ritornato allo Sferisterio per la prima volta dopo il 1975.  I cantanti rientrano in scena e gli applausi per loro sono scroscianti, durano qualche minuto. Il pubblico dell’ Arena Sferisterio urla “bravo” all’indirizzo del tenore Stefano Secco, interprete di Riccardo, e del soprano Viktorija Chenska, che tiene in braccio teneramente il bambino protagonista (involontario) dell’ultimo atto dell’opera, nel ruolo del figlio di Amelia e Renato.
Dopo le piogge fuori stagione dei giorni scorsi, che avevano impedito la messa in scena di “Rigoletto”, l’estate si è ripresa il suo posto. Poco dopo  le 8, intorno al teatro arrivano centinaia di persone, italiane e straniere, per assistere all’opera (anche se alla fine lo Sferisterio non sarà tutto esaurito). Molti di loro sono arrivati in  pullman: i più vicini da Civitanova Marche, altri  dall’ Austria, ma non manca un nutrito gruppo di francesi. Tutti in fila negli abiti da sera davanti ai cancelli per mezz’ora. Infine, una volta dentro lo Sferisterio, le tre campanelle in sequenza annunciano l’inizio dello spettacolo.
Il soggetto dell’ opera, libretto ispirato al “Gustavo III” di Eugéne Scribe, è stato trasportato dal direttore artistico Pier Luigi Pizzi nell’America anni ’50. Le musiche sono eseguite dall’ Orchestra delle Marche, diretta dalla bacchetta del maestro Davide Callegari. Un’esecuzione attenta alle sfumature, tanti giovani musicisti, fra cui Michelangelo Mazza, primo violino dello storico Regio di Parma.
L’opera inizia con la bandiera a stelle e strisce proiettata sul palcoscenico e una Cadillac rosso fiammante. Lo stesso colore del “vestitino” di Gladys Rossi, bravissima interprete di Oscar, ruolo mutato al femminile: una voce da “fata trillina” e movenze sceniche che seducono.
Marco Di Felice, baritono, è Renato, l’amico fedele di Riccardo nonché marito di Amelia.  
Il mezzosoprano Elisabetta Fiorillo è Ulrica, la veggente; indossa un vestito fucsia, e al suo ingresso in scena le luci del medesimo colore caricano l’atmosfera di fascino iniziatico. Per fortuna, le aspettative non vengono tradite quando Ulrica intona l’aria iniziale “Re degli abissi”, un evocazione demoniaca dove  la trama musicale si spinge nei registri più bassi, con sonorità da brivido, che la Fiorillo interpreta con intensità. Il destino, vaticina la maga, sarà fatale a Riccardo, che verrà ucciso da un suo amico. 
Atto secondo:  Amelia, il soprano Viktorija Chenska, è  nel campo delle esecuzioni capitali per cercare l’erba che le farà dimenticare Riccardo, come aveva predetto Ulrica. Tutt’intorno a lei un set di gusto cinematografico che rimanda idealmente alla “Gioventù bruciata”, un luogo di sbandati. Amelia intona l’aria  “Ecco l’orrido campo”, che le vale un tributo di applausi dalla platea; il soprano  ucraino proseguirà per tutta l’opera in maniera convincente.  Riccardo, che l’ha seguita da quando è uscita dalla casa della maga, la raggiunge per dichiararle la sua passione; anche Amelia lo ricambia ma non è disposta al tradimento del marito. Mentre i due parlano, arriva Renato, che non riconosce sua moglie perché si è nascosta il volto con un velo. Avvisato dal suo consigliere, Riccardo riesce a fuggire dai suoi nemici che lo stanno inseguendo per ucciderlo. Quando questi arrivano, sono stupiti di trovare Renato e lo costringono a svelare il viso della donna; alla scoperta di Amelia, Renato è furioso di gelosia e decide di unirsi alla congiura per vendicarsi.       
E l’ora del ballo in maschera: la musica verdiana si fa vera tragedia. Nella frenesia delle danze Renato, insieme a Samuel e Tom, cercano invano il Conte. Allora interrogano Oscar, che ingannato da Renato sulle sue vere intenzioni,  indica loro dove trovarlo. Si compie il delitto. Renato uccide l’amico per cui avrebbe dato la vita, ma la vittima perdona tutti e svela al suo assassino che l’onore di Amelia è stato preservato, e che aveva destinato la coppia a ritornare in Inghilterra.

 

Antonio Ricucci

luglio 30, 2011

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